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Stagione eccezionale fino ad ora per le api

Il 20 maggio si è svolta la giornata mondiale delle api, volta a sensibilizzare l'opinione pubblica sull'importanza degli impollinatori, sulle insidie che li minacciano e sul loro contributo allo sviluppo sostenibile. A causa del coronavirus, in Valposchiavo non si è potuto organizzare niente. Inoltre, come spiega il presidente della Società Apicoltori Poschiavo-Brusio Franco Compagnoni, non tutti gli anni la nostra società organizza qualcosa per questa particolare ricorrenza.

A dipendenza un po’ del tempo, la stagione per un apicoltore inizia (quest’anno, ad esempio, era molto in anticipo rispetto al precedente), già a fine gennaio/ metà di febbraio: bisogna controllare le scorte, se sono sopravvissute all’inverno; guardare se volano e se portano polline. Sempre Compagnoni: "Quello in cui ci troviamo adesso è il momento culminante: le api si sono già sviluppate parecchio, sono molte belle, in gran parte ci sono già i “melari”: questo vuol dire che stanno già importando, anche perché la flora è già presente nei prati e molto in avanti rispetto ad altre stagioni. Ad esempio il fiore del tarassaco quest’anno era di un giallo unico, così che le api tornavano dal loro “viaggio” con polline e nettare in grandi quantità, anche perché il tarassaco è una monocultura, parecchio presente in valle e molto ricco di entrambi. Visto il bel tempo, fino ad ora la stagione è stata eccezionale, siamo addirittura due se non tre settimane in anticipo”.

Terminata la stagione in piano, alcuni apicoltori portano le casse in montagna, operazione questa chiamata nomadismo, per sfruttare la flora di montagna, in special modo il rododendro o rosa alpina. Zone molto fruttifere e rinomate sono ad esempio La Rösa o la Val di Campo, Cavaglia, Vartegna. La stagione è breve, da metà giugno a metà luglio, ma se il popolo è bello (vale a dire dalle 30 alle 40'000 api), non ha problemi, come ad esempio di sciamatura, ed è in grado di importare ben 20 chili di miele, se non di più.

L’ape non va in letargo. All'interno di un popolo, adesso che c’è la “covata”, ci sono circa 34,5°; verso fine novembre/dicembre abbassano la temperatura fino a 18°/20°, formando una specie di pera, che si chiama “glomere”, e lì passano il loro inverno tranquille.

L’ape, come per esempio le marmotte, accumulano un certo tipo di grasso che le aiuta a sopravvivere perché consumano pochissimo, in quanto non devono nutrire la covata. Poi  eseguono un continuo spostamento, molto a rilento: quelle esterne pian piano si spostano verso l’interno, così che anche loro si possono scaldare e lasciano uscire le altre; così facendo, riescono a sopravvivere.

Quella passata, purtroppo, è stata una stagione negativa, caratterizzata da brutto tempo e freddo sino alla fine di maggio. Naturalmente le api con il brutto tempo non volano, ma consumano ugualmente tantissimo nutrimento, per il fatto che devono nutrire lo stesso le larve, consumando circa un chilo e mezzo alla settimana.

Se non possono volare per due o tre settimane, consumano tutte le riserve e rischiano di morire di fame.

Il mese di marzo, ogni popolo dovrebbe avere almeno 8 chili di nutrimento di riserva. Lo scorso anno in alcuni momenti ce n’era pochissimo, se non addirittura per niente, quindi è stato indispensabile aiutare il popolo con nutrimento dato dall'apicoltore stesso: prima candito, e poi – in via eccezionale  – anche una sostanza zuccherina (1 kg di zucchero/un litro di acqua).

Purtroppo per l’ape e l’apicoltore ci sono sempre in agguato malattie. Quest’anno, soprattutto a San Carlo, si sono riscontrati alcuni casi di “peste americana ”. Il battere si sviluppa e fa marcire la covata: l’ape non si ammala, ma diffonde la malattia, che sprigiona milioni/miliardi di spore che poi potrebbero infettare altre covate. La malattia viene eliminata con un gas che, in 10 secondi, fa morire le api e la cassa va disinfettata perfettamente, se non si vogliono avere problemi anche l’anno successivo: le spore in certi casi possono durare anche fino a 30 anni. L’apicoltore si accorge che il suo popolo è ammalato perché la covata non è “opercolata” in modo perfetto, è rientrante e spesso bucata in mezzo, e bisogna controllare se per caso esce del liquido marrone. Nella "peste europea" la larva invece di essere color purpureo, quasi bianco/bluastro, è gialla e cade sul fondo della celletta. Non è così aggressiva, ma in un raggio di un chilometro viene fatta una zona di sequestro, ovvero tutti gli apiari che sono all'interno di quel raggio per due mesi non possono più né comperare, né vendere. Ugualmente le loro api non possono essere spostate. 

Ogni anno a fine stagione il controllore d’azienda, Diego Lardelli, raccoglie tutti i dati degli apicoltori della società (82 soci e 70 attivi): quanti popoli sono stati smielatati e quanto miele prodotto, così da avere un media annuale. Ci sono anni che si superano i 20 chili di media; ci sono stati anni eccezionali in cui dei popoli hanno prodotto addirittura 40 chili di miele grazie alle condizioni particolarmente favorevoli (stagioni perfette, estati calde); per contro, lo scorso anno, ci si è fermati a 12/13 chili di miele.  

Anche gli apicoltori si sono modernizzati: la Società ha acquistato due anni fa tre pese elettroniche che sono state applicate davanti alla cassa, una a San Carlo, una a Madreda e una a Campocologno: sul telefonino l’apicoltore, grazie ad un’applicazione, può controllare quanti voli fa un’ape, quanto nettare porta in un giorno, addirittura che temperatura c’è all'interno della cassa. In questi giorni un popolo effettua circa 100mila voli, e d’estate arriva addirittura a  180mila. Un popolo di Campocologno, in un giorno, durante la fioritura dell’acacia ha compiuto 165mila voli, portando ben 3 chili di nettare. Grazie a questa interessante bilancia, gli apicoltori hanno imparato tanto sul mondo delle api.  

Nadia Garbellini Tuena
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