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Delponte Grono 5a068
L'incontro è stato spostato in Sala multiuso per l'alta affluenza di pubblico

Sala piena a Grono per Carla Del Ponte

24-01-2019

Il 16 gennaio scorso, l’affluenza è stata tale da richiedere di spostare la sede dell’incontro – previsto inizialmente presso l’Aula Magna delle scuole – nella Sala Multiuso del comune di Grono, messa a disposizione dal Sindaco Samuele Censi che ha pubblicamente voluto ringraziare la ex procuratrice e scrittrice per aver accettato l’invito insieme al celebre giornalista Aldo Sofia, nonché gli organizzatori della serata: Biblioteca e Libreria Russomanno di Grono.

Dopo l’introduzione ed i ringraziamenti di rito da parte di Beatrice Tognola e di Francesca Russomanno, Aldo Sofia – corrispondente dal Vicino Oriente in Libia e negli anni della Guerra del Golfo – ha subito portato il colloquio nel vivo delle vicende che hanno motivato Carla del Ponte a scrivere questo suo ultimo libro. Un lavoro di denuncia sulla situazione del rispetto dei diritti umani e sull’inerzia da parte delle autorità internazionali di fronte ai dati sconcertanti provenienti dal mondo e in particolare dalla Siria.

 Dopo aver rivestito il ruolo di procuratrice capo del Tribunale penale internazionale dell’Aja per i crimini di guerra nell’ex-Jugoslavia e in Rwanda dal 1999 al 2007, l’autrice è stata invitata nel 2011 a far parte di una Commissione delle Nazioni Unite il cui compito era quello di segnalare crimini contro i diritti umani e dei relativi responsabili, attraverso relazioni regolari. Ben presto si è dovuta rendere conto di quanto l’incarico si differenziasse da quelli precedentemente assunti, durante i quali, in qualità di procuratrice, si trovava a giudicare ad amministrare la giustizia facendo attenzione a non lasciarsi coinvolgere emotivamente, per mantenere la lucidità di giudizio sulla base di testimonianze, prove e fatti concreti. Per la prima volta Carla del Ponte si trovava nei panni della «cacciatrice» di quei criminali, delle prove e delle testimonianze che, con tanta forza e volontà. avrebbe voluto poter portare davanti ad un Tribunale Internazionale – come quello istituito nella guerra dell’ex Jugoslavia – perché potesse essere fatta giustizia. La sua costanza nel perseguire tale scopo era motivata anche da una convinzione che Carla del Ponte ha sviluppato grazie alla sua esperienza di procuratrice: la giustizia aiuta la vittima a sopportare il dolore. Pur non potendo riportare le cose ad uno stato precedente al crimine subito dalle vittime, annullando in tal modo il motivo della sofferenza, una pena inferta al responsabile dell’atto criminale viene vissuto da chi ha subito la violenza come un atto concreto di riconoscimento, di solidarietà e di sostegno da parte del mondo. Atto che non dovrebbe mai venire mancare da parte di una società civile, per permettere a chi soffre di andare avanti nella vita e di credere nell’esistenza di una giusta umanità. Senza parlare dell’utilità e dell’opportunità di portare in giudizio ogni trasgressione alla legge sui diritti umani per ricordare ai criminali ancora impuniti – anche a quelli potenti e convinti di godere di una protezione inattaccabile – che un giorno la stessa sorte e la relativa pena potrebbe essere inferta anche a loro.

A stretto contatto con l’infanzia negata di bambini che perdono braccia o gambe o persino la vita – perché invece di stare chiusi al sicuro escono a giocare all’aperto, venendo colpiti dagli sniper ( tiratori scelti, cecchini) – oppure di quelli che dai dodici anni sono obbligati a fare la guerra e ancora di quelli che scappando con i genitori muoiono per annegamento nelle acque dei nostri mari, Carla del Ponte non ha saputo limitarsi a consegnare relazioni indicanti il numero, il genere, il luogo e i responsabili delle azioni contrarie ai diritti civili, ma ha lottato perché questi dati venissero vagliati e giudicati da un Tribunale. Purtroppo il suo impegno è stato costantemente ostacolato già all’interno della Commissione di cui faceva parte – come nel caso in cui le è stata negata la possibilità di accettare l’invito esclusivo ad incontrare  Bashar Al-Assad, ottenuto soltanto grazie alle sue grandi doti diplomatiche – nonché dall’assenza di volontà politica d’intervento da parte di Russia e Stati Uniti, troppo coinvolti con interessi economici e strategici, e dalla mancanza di coesione degli Stati europei, la cui voce in capitolo risulta estremamente debole. A tale proposito Aldo Sofia ha ben chiarito la situazione citando una nota frase dell’ex cancelliere di Stato americano Henry Kissinger, che negli anni Settanta si pose una significativa domanda: Who do I call if I want to call Europe? («Chi (che numero) devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?»). Evidentemente l’interrogativo sembra essere ancora valido nel XXI secolo al punto da chiedersi se l’Europa veramente esista. In questo senso il giornalista dice lancia un appello affinché, indipendentemente dalle convinzioni personali, sia dato il maggior sostegno possibile al rafforzamento di un’identità europea, facendo in modo che la cultura europea possa avere maggiore voce in capitolo nella gestione dei fatti del mondo intero. L’indifferenza e il distacco non sono gli atteggiamenti giusti per l’Europa: il problema degli esuli è sempre all’ordine del giorno, dimostrando che in ogni modo l’Europa (come Unione Europea ma anche come continente) è e sarà coinvolta negli sviluppi della situazione in Siria e di tutto il vicino Oriente.

Carla del Ponte, ha infine dato le dimissioni dalla Commissione in Siria nel 2017, ma da allora non ha mai smesso di partecipare a convegni, conferenze stampa, eventi a livello europeo e mondiale per portare avanti la sua battaglia contro l’immobilismo dell’ONU e la crescente diffusione di gravi violazioni dei diritti umani.

Il libro Gli Impuniti rappresenta soltanto uno dei suoi continui impegni in tal senso. Interrogata da Alfredo Sofia su eventuali ripensamenti rispetto alle scelte strategiche operate durante la sua permanenza in Siria, la scrittrice dichiara di non avere dubbi sul suo percorso, che ha voluto ironicamente definire come «la perfezione di un insuccesso». Nonostante i fatti non le abbiano ancora dato ragione, Carla del Ponte continua a credere nella giustizia – come valore che in qualunque cultura e tradizione viene reclamato – ed è convinta di non essere un’illusa sperando che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU accetti, un giorno, le risoluzioni provenienti dalle commissioni d’indagine sul mancato rispetto dei diritti umani nel mondo. Nel frattempo, esorta ogni individuo all’apertura, all’accettazione e al confronto civile. Importante è anche interessarsi, informarsi per conoscere e capire da cosa nascono fenomeni come l’Isis e cosa comportano per le popolazioni che ne vengono coinvolte. Perché anche se noi non vogliamo aprirci al mondo è il mondo a venire da noi: meglio conoscerlo.

Il libro Gli Impuniti di Carla del Ponte, edito da Sperling & Kupfer, segue la prima opera dell’autrice La Caccia. Io e i criminali di guerra edito da Feltrinelli nel 2008, in cui la procuratrice descrive l’esperienza presso il Tribunale di guerra istituito all’Aja per giudicare gli autori del genocidio avvenuto nell’ex Jugoslavia.

Margherita Gervasoni
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