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Verdabbio 08 4c341
La maggior parte delle incisioni sono cerchi concavi, simili a coppe, a volte alternati a linee e a croci

Alla scoperta dei massi cuppellari di Verdabbio

28-06-2018

La tersa giornata estiva è stata la piacevole cornice di una passeggiata salutare tra i boschi di Verdabbio, organizzata dal Museo Moesano. Seguendo i passi della guida Beat Keiser, responsabile forestale della bassa Mesolcina, il gruppo ha percorso tratti dell’antico sentiero a monte di Verdabbio, utilizzato fino agli anni ’40 del secolo scorso anche per le processioni propiziatorie primaverili (Rogazioni) memori di una civiltà contadina di lunga tradizione.

Un primo masso cuppellare si trova a pochi minuti di cammino dal centro abitato e di pietra in pietra, di passo in passo, si scopre una sempre maggiore ricchezza di interventi dell’uomo su questi sassi enormi, trasportati dai ghiacciai o da grandi frane all’interno dell’area boschiva.

La maggior parte dei segni e delle incisioni osservabili sono cerchi concavi, simili a coppe – da cui anche il nome dei massi – di diversa dimensione, a volte alternati a linee rette o oblique, e a croci, che quasi certamente non hanno nulla anche vedere con il simbolo cristiano. Sappiamo, infatti, che simili lavorazioni sulla pietra sono diffuse in tutto il mondo e che alcune di loro risalgono all’epoca preistorica. Le più antiche del Moesano potrebbero essere quelle di epoca romana ritrovate a Mesocco mentre a Verdabbio le datazioni si aggirano intorno all’epoca medievale. Molto probabilmente le coppe incavate nella superficie rocciosa, spesso associate a lievi scanalature, naturali o incavate anch’esse verso il terreno, avevano la funzione di raccogliere liquidi. Poteva trattarsi del sangue di vittime sacrificali, che sarebbe colato sul terreno tramite le scanalature, irrigando il terreno nell’intento di renderlo fertile e propizio; ma poteva anche trattarsi di un sistema di raccolta di olii e grassi che servivano come base per lumi indicatori lungo un percorso, oppure un tentativo di riprodurre le costellazioni osservate nel cielo notturno, nello sforzo di propiziarsi la benevolenza delle stelle. Come spesso avviene per le opere megalitiche del passato – Stonehenge ne è l’esempio più lampante – a queste pietre viene anche attribuita una forza ancestrale che avrebbe il potere di ricaricare positivamente l’equilibrio energetico degli esseri viventi. Qualunque fosse, comunque, la reale funzione delle incisioni rupestri dei massi cappellani, la loro origine è senz’altro pagana. Lo dimostra anche l’atteggiamento della Chiesa Cattolica che in un primo momento li ha rifiutati in quanto portatori di un messaggio fuorviante e di pratiche illecite. Col passare del tempo la permanenza del valore attribuito a questi massi dalla cultura popolare ha portato al compromesso: lo dimostra la Cappella della Riva costruita nel XIX secolo sopra un masso cuppellare integrato nella costruzione, che si trova subito sotto il paese vicino alla mulattiera che porta ai piani di Verdabbio. D’altra parte anche la stazione finale del percorso previsto per le Rogazioni è costituita da un masso cuppellare: su di esso, insieme a segni più antichi e leggeri, un’incisione recente e ben marcata indica il confine di demarcazione tra lo spazio «civilizzato» di più proprietari e quello della terra «di nessuno» coperto di bosco, come simbolico monito a non andare oltre il seminato.

Intervenendo a nome del Museo Moesano, che ha accolto l’esposizione «Massi cuppellari in una luce diversa» nel suo programma culturale per il 2018, Marco Marcacci ha sottolineato il fascino intellettuale ed emotivo che continuano ad esercitare i massi cuppellari: conservano il loro mistero ma continuano ad alimentare il gioco delle interpretazioni, come dimostrano anche gli affascinanti lavori foto-grafici di Heinz Glanzmann. Nella cornice medievale della Torre Fiorenzana di Grono, l’esposizione presenta una sessantina di opere dell’artista residente a Verdabbio che, con tecniche diverse e facendo riferimento a esperienze artistiche delle avanguardie artistiche del ‘900, ha rielaborato istantanee delle incisioni rupestri della regione. La forza evocatrice delle sue interpretazioni attesta una grande intimità con le testimonianze del passato e con la natura nella quale si inseriscono: senz’altro l’artista si trova a perfetto agio nel bosco che conosce e frequenta assiduamente. Sarà fantastico, dopo aver visitato l’esposizione nella Torre, poter osservare dal vero le fonti della sua ispirazione seguendolo nelle escursioni nel bosco che possono essere prenotate chiamandolo al numero 079 784 92 90. L’esposizione resterà aperta fino al 29 luglio la domenica, il mercoledì e il venerdì dalle 14 alle 17.

L’artista dal canto suo, dopo aver brevemente spiegato il senso del suo lavoro artistico ha pure intrattenuto i numerosi presenti eseguendo alcune melodie al corno delle Alpi.

Margherita Gervasoni
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