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Luca Micheletti Piuro Efa2a

Teatro al Belfort di Piuro, il bilancio è positivo

Intervista a Luca Micheletti, ideatore del progetto Mutare humanum est

Questo evento si è svolto nell’area archeologica Belfort a Piuro con il sostegno dei partner del progetto interreg AMALPI 18, a cominciare da Comune di Piuro e Cm Valchiavenna, e il supporto del Consorzio di promozione turistica della Valchiavenna.

Quest'iniziativa è partita come una scommessa e adesso non ci sono dubbi: anche stavolta è stata vinta. Nel periodo più difficile dell’emergenza coronavirus, l’Associazione italo-svizzera per gli scavi di Piuro e Luca Micheletti (nella foto Contrasto), regista e attore della storica compagnia I guitti,  hanno deciso di non fermare la cultura. Nel rispetto del distanziamento e di tutte le altre regole necessarie per evitare il contagio da coronavirus, hanno proposto a Belfort Mutare humanum est, un breve viaggio in tre tappe nella metamorfosi intesa come cambiamento necessario e riflessione sul presente.   

Dopo mesi di stop, la cultura è ripartita. Come è nata quest’esperienza?  

L’idea è nata dalla volontà di portare avanti, anche quest’anno, il nostro progetto di lungo corso a Belfort. Considerata l’impossibilità di dare luogo al secondo capitolo del percorso triennale del campus, che vogliamo riprendere l’anno prossimo, ci siamo concentrati sul presente. Non abbiamo voluto farlo attraverso delle riflessioni estemporanee, perché analizzare la realtà mentre è in divenire può dare luogo a prospettive distorte. Abbiamo quindi pensato di rivolgerci ai classici e ne ho scelti tre, tutti contemporanei. Uno di inizio Novecento, Franz Kafka, uno della metà del secolo, Eugène Ionesco, e l’ultimo ancora più vicino ai giorni nostri, visto che il testo proposto di Vincenzo Consolo è degli anni Ottanta. Tutti questi capitoli raccontano della metamorfosi in modi differenti. La presentano come un'esperienza che fa paura, che a volte è necessario affrontare e di fronte alla quale è indispensabile farsi trovare pronti. Quale miglior viatico, insomma, che riprendere in mano delle grandi riflessioni del nostro passato recente e farne tesoro per il futuro?  

Le regole del distanziamento hanno reso inevitabile la riduzione del numero di spettatori – circa cento per ogni appuntamento - e molte persone hanno seguito su internet gli spettacoli. Come valuta questa opportunità?  

L’opera teatrale è un’opera dell’istante. Quello che si può fruire a posteriori è solo una parte limitata di quanto si può vivere durante il live della performance. Ma sicuramente in questi mesi l’abitudine alla distanza ci ha portato anche a scegliere la forma dello streaming come opportunità per raggiungere un numero più elevato di persone, non soltanto in termini spaziali, ma anche temporali, a posteriori. Il mio invito è sempre quello di frequentare con cautela le esperienze mediatiche, perché la cosa più bella del teatro è la sua imprescindibile esperienza dal vivo. Ma questo è stato un momento davvero particolare.  

Quali impegni la aspettano dopo Belfort?  

In agenda ho vari progetti tra prosa e opera. Il primo è l’inaugurazione dell’Anno dantesco a Ravenna, con la riapertura del sepolcro del poeta, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il 5 settembre. Eseguirò la cantata Il conte Ugolino di Donizetti, un capitolo molto particolare della storia della musica nazionale, ispirato proprio dal canto di Dante. Subito dopo andrò al Teatro La Fenice di Venezia per debuttare ne Il trovatore. Poi mi aspettano due progetti tra prosa e musica. Il primo è dedicato a Faust, un testo che da tanti anni è oggetto di varie mie esplorazioni, anche nel campus di Belfort. A Ravenna lavorerò sull’opera di Robert Schumann (Scene dal Faust), che potremmo definire un “Faust in frammenti”. Poi a dicembre sarò impegnato a Genova, dove mi aspetta il ruolo di regista e interprete ne La vedova allegra. Il 2021 sarà un anno molto intenso, visto a gennaio debutterò a Napoli con il Maestro Riccardo Muti in un ruolo che mi è molto caro, quello di Don Giovanni.  Sempre insieme andremo poi in Giappone per Macbeth di Verdi, poi torneremo in Italia per riprendere Don Giovanni a Firenze. Non ultimo, nel mio cuore, c’è Belfort, auspicando di potere tornare a lavorare in quest’area archeologica con un’esperienza simile a quella del 2019, completando la trilogia Magia Naturalis in corso di elaborazione. Quello che abbiamo fatto quest’anno è stato molto seguito e gradito, anche per noi è stata un’esperienza positiva e sono felice di avere lottato insieme a Gianni per riuscire a organizzarlo, nonostante le premesse. Il mio auspicio è che non ci si dimentichi della cultura, perché possa diventare quello che davvero vogliamo che sia: una guida per il nostro spirito e le nostre azioni.  

Stefano Barbusca
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