Stagione al via per per 300 cacciatori

Tanti i preparativi, tante le ore passate ad osservare abitudini e spostamenti della selvaggina, scarponi e fucile sono pronti. Il periodo più aspettato dai cacciatori è alle porte. La mattina del 3 settembre inizierà la stagione di caccia 2011. Per poter capire l’importanza di questo avvenimento ho rivolto alcune domande al Signor Arturo Plozza, guardiano della selvaggina, e al Signor Graziano Crameri, cacciatore.

 

di Annalisa De Vecchi

Collaboratrice de «Il grigione Italiano»

 

Intervista Arturo Plozza, guardiano della selvaggina

Come mai ha scelto questo lavoro?

Premetto che sono 28 anni che faccio questo lavoro. Ho cominciato nel 1983 a Pontresina per tre anni, poi ho avuto la fortuna di potermi spostare a Poschiavo. Ero cacciatore e nel lontano 1983 mi è stata offerta questa possibilità professionale di combinare il lavoro con la passione, per cui il passo è stato breve a tentare di annunciarmi a questo posto. Oggi devo dire che ho avuto la fortuna di ricevere questo posto e di poter svolgere questa professione.

Quali sono i lati positivi e negativi della sua professione?

Allora, vorrei dire che ci sono soprattutto lati positivi, proprio partendo dal nome della nostra professione. Io sono un guardiano della selvaggina, per cui ritengo il mio compito rivolto soprattutto a essa e non alla caccia o al cacciatore. Chiaramente c’è anche il compito di polizia della caccia. Esso non è sempre facile e piacevole, poiché si devono castigare o multare delle persone. Questo è un lato spiacevole del mio lavoro. Un altro punto critico sono i conflitti che si creano per forza di cose con il cacciatore, però anche questi si limitano a poche esperienze. Fare un lavoro a contatto con la natura, combinare quello che è ed era una passione, vedere gli animali, la natura, la caccia e farla come professione: ecco, questi sono sicuramente gli aspetti positivi. Nel frattempo in tutti questi anni c’è stato di piacevole che ho conosciuto tanta gente, ho fatto tante esperienze anche fuori dalla Valposchiavo nell’ambito della caccia, della gestione degli effettivi.

È sempre stato propenso alla caccia?

Penso che si sia già capito: passione e professione, per cui è chiaro. Sono nato in una famiglia di cacciatori. Mio padre andava a caccia. Da lui ho forse preso questa passione già da bambino. Sono stato cacciatore per sette anni. Cacciavo assieme a lui in Engadina. Poi mi si è presentata l’occasione di diventare guardiano della selvaggina e così la caccia è diventata parte integrante della mia vita, sia come passione sia come professione. Ritengo che la caccia si possa e si debba fare, chiaramente a determinate condizioni e dipende anche dalle diverse realtà. Se parliamo dei Grigioni, la caccia è una cosa importante. A mio modo di vedere è giustificata, se riusciamo a gestirla in modo professionale e rispettoso dell’ambiente e della selvaggina.

Che sviluppo c’è stato da quando Lei era cacciatore a ora che è guardiano della selvaggina?

Sono passati trent’anni e c’è stato un grosso sviluppo. Il cervo di ora è un cervo ancora oggi, però per quello che riguarda la gestione degli effettivi sono cambiate tante cose in questi ultimi vent’anni. E’ stata introdotta quella che noi chiamiamo la pianificazione della caccia, che è la ricerca di una sintesi tra le tradizioni nostre venatorie, del Cantone dei Grigioni, con le conoscenze biologiche e scientifiche del campo. Questo ha professionalizzato molto la caccia e richiede molto anche dai cacciatori. Da qui anche ogni tanto le grosse discussioni che abbiamo con i cacciatori, perché da una parte c’è la tradizione («abbiamo sempre fatto così»), e dall’altra invece ci sono le nuove conoscenze che ci portano a dover gestire la caccia in un altro modo. L’obiettivo è chiaro e centrale; per noi la selvaggina deve essere cacciata, ma in modo sostenibile e biologicamente corretto.

Secondo Lei la caccia gioca un ruolo importante nella Vaposchiavo? Perché?

In Valposchiavo sì. Ho detto prima che sono in 300 i cacciatori che «staccheranno» la licenza di caccia alta. Cacciano non solo in Valposchiavo, ma in tutto il Cantone. Sono conosciuti come cacciatori … per dirla in tedesco «Draufgänger». Non sono sempre ben visti quando vanno fuori dai confini della Valle. Penso che in quasi tutte le famiglie poschiavine ci siano dei cacciatori, per cui è una cosa che viene trasmessa da padre in figlio come anche l’attaccamento alla natura. Se guardiamo il paesaggio della Valposchiavo con tutti i maggesi, la gente che è innamorata delle montagne … il passo poi è breve a esercitare la caccia. L’amicizia, i soci, uno tira l’altro … la caccia non è più quello che poteva essere una volta un procacciarsi la carne per superare l’inverno, oggi è piuttosto un fenomeno sociale. I più scalmanati cominciano già a parlare di caccia due mesi prima che inizi la stagione. E’ un appuntamento importante. Fino a un paio di anni fa c’era il 9 settembre; era l’inizio fissato della caccia e per il cacciatore era la data più importante, prima ancora del 25 dicembre. Il 9 settembre era La Data! Oggi questo non c’è più, però la passione e l’importanza della caccia permangono ancora. E’ da tenere in considerazione che se guardiamo il resto dei Grigioni il numero dei cacciatori è stabile; a Poschiavo tendono ad aumentare, per cui anche le nuove leve, i giovani – non tutti per fortuna – però tanti, si avvicinano a quest’attività.

Ci sono stati dei recenti cambiamenti nella regolamentazione della caccia?

Tutti gli anni ci sono degli adeguamenti e delle piccole modifiche. Chiaramente abbiamo una legge sulla caccia, che non cambia spesso. Solo in occasioni particolari bisogna fare una revisione. Tutti gli anni vengono pubblicate le cosiddette prescrizioni per l’esercizio della caccia. Questo è un documento che di regola viene pubblicato e in esso vengono messi i cambiamenti necessari tutti gli anni. Normalmente sono poca cosa, sono degli adattamenti dal punto di vista di una pianificazione alla caccia che segue un ciclo; si fanno delle osservazioni all’inizio dell’anno, seguono i conteggi, si decidono i piani di prelievo e cosa si vuol raggiungere nella prossima stagione venatoria. Poi viene il periodo della caccia e segue tutta un’analisi dei dati su come si è svolta. E quest’analisi dei dati e delle esperienze ci danno degli spunti per eventualmente cercare di ottimizzare la prossima caccia. In questo senso questo si ripercuote poi nelle prescrizioni. Un altro esempio può essere un inverno durissimo, che incide molto sulla sopravvivenza della selvaggina. Dobbiamo chiaramente reagire e magari allora l’anno dopo un tale inverno la prescrizione dice che invece di abbattere tre camosci ne potrai solo due. Ci sono molti più dettagli, ma a grandi linee è così. Non vengono fatti grossi cambiamenti, perché il concetto che è maturato negli ultimi vent’anni è abbastanza stabile, però appunto tutti gli anni necessitano degli adattamenti.

Che rapporti ha Lei con i cacciatori?

Devo dire da buoni a ottimi. Ci sono stati dei conflitti, anche abbastanza accesi. Chiaramente discutiamo della stessa cosa: di un effettivo di selvaggina e della caccia. Però i punti di vista sono sovente diversi, perché la mia funzione come guardiano della selvaggina è diversa da quella del cacciatore. Io capisco anche la realtà del cacciatore, però devo svolgere la mia mansione e questo non sempre ci trova concordi su talune idee. Ci sono stati dei momenti quando la caccia al cervo – la famigerata caccia speciale – ha creato diverse discussioni in particolare in Valposchiavo. Nel frattempo soprattutto le nuove leve hanno cominciato a condividere e a capire cosa c’è dietro tutto questo discorso. In questo senso il rapporto è migliorato molto. Personalmente ho buonissimi rapporti con i cacciatori. Non ho nessun problema con nessuno, spero che anche loro non ne abbiano più di tanti con me.

Cosa si aspetta dalla prossima stagione?

Sembra una banalità, ma prima di tutto mi aspetto che non succedano degli incidenti, perché nei Grigioni sono 5500 e in Valposchiavo 300 i cacciatori che imbracciano un fucile, ma fra di loro ci sono differenze d’esperienza. Essi girano per i boschi armati, per cui c’è sempre un po’ il pericolo d’incidenti, anche se bisogna dire che ne succedono pochi durante la caccia. Però pochi sono già troppi. Per il resto rivolgo un augurio ai cacciatori di avere una bella stagione, di divertirsi, perché la caccia deve essere anche un divertimento. Per tanti è quel momento nel quale riescono a staccare dalla vita professionale. Diventano per 15 giorni un po’ più selvatici, si lavano un po’ meno, non fanno la barba, però ecco è forse un po’ un ritorno alle origini anche per loro. Questo è il mio augurio; che abbiano delle belle giornate e che facciano anche un buon bottino. La caccia noi la vediamo anche come uno sfruttamento di una risorsa naturale, per cui dobbiamo anche abbattere un certo numero di capi; non da ultimo anche per regolare gli effettivi. Spero che anche quest’obiettivo si possa raggiungere con l’aiuto di tutti.

 

Intervista a Graziano Crameri, cacciatore

Com’è cominciata la Sua passione per la caccia?

La passione per la caccia è cominciata già da bambino. Nei mesi di luglio-agosto durante le vacanze estive che trascorrevo sui monti, osservavo i miei zii che tutte le mattine e le sere controllavano gli spostamenti degli ungulati con il binocolo alla mano. Poi crescendo ho cominciato ad accompagnarli nelle battute di caccia. Da lì ho aspettato i venti anni così da poter diventare finalmente un cacciatore anch’io.

Quali sono state le esperienze più belle? E quelle più brutte?

L’esperienza più bella è stata alcuni anni fa quando dopo aver osservato per tutta l’estate un gruppo di cervi, la prima mattina di caccia sono riuscito a prenderne tre esemplari. Con l’aiuto dei miei «soci da cascia» abbiamo trasportato i cervi a valle e abbiamo festeggiato l’evento come si deve.

L’esperienza meno bella l’ho vissuta due anni fa accompagnato dal mio fido figlioccio. Seguendo un camoscio abbiamo attraversato una parete rocciosa coperta di neve: l’euforia di seguire l’animale ci aveva fatto dimenticare i limiti della nostra sicurezza e a un tratto ci siamo trovati in un punto dove non si riusciva più a proseguire né a retrocedere. Con calma e tanta fortuna siamo riusciti a tornare indietro e tutto è finito per il meglio.

Che cosa prova dopo aver ucciso un animale?

Provo soddisfazione! Perché prima di abbattere un animale, un vero cacciatore deve verificare tante cose: la cacciabilità, la distanza di tiro, il parapalle ecc. Quando tutte queste cose coincidono, allora il cacciatore può sparare. Molto importante per me è pure il comportamento dopo l’abbattimento. L’addio al bosco (ramoscello messo in bocca alla preda), la cura nel trasporto a valle e un degno festeggiamento con i membri del gruppo non si può tralasciare. La caccia deve essere una passione e non fanatismo!

Cosa ne pensa della reintroduzione dei predatori come l’orso e il lupo?

Personalmente non mi disturba l’idea di reintrodurli. Se poi la rivalità tra il cacciatore e il predatore non sarà sostenibile, possiamo sempre fare come hanno fatto i nostri avi.

 

Per dare al fenomeno della caccia una visione più vasta e quasi trascendentale, interessante per il cacciatore e non, vorrei indicare un libricino che ho letto nell’ultimo anno di liceo e che mi è rimasto profondamente impresso: «Il peso della farfalla» di Erri de Luca, Feltrinelli Editore. Buona lettura!

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